Viaggio nel cacao colombiano

25 Gennaio 2018

Cacao e cocaina: qualcosa in comune?

Ogni anno dedico un viaggio alla visita di coltivazioni di cacao in un paese diverso: quest’anno è stata la volta della Colombia. Quando si parla di Colombia il cacao non è la prima cosa che viene in mente, ma… la cocaina! Sappiamo bene come questo paese sia afflitto da faide interne per il controllo produttivo e commerciale della coca e della cocaina che da essa si ricava. Fortunatamente da qualche anno il governo locale ha intrapreso una seria lotta contro i produttori di questa droga, mettendo in campo il proprio esercito; i risultati si vedono, oggi le coltivazioni di coca ed il relativo traffico di cocaina sono stati drasticamente ridotti.  Perchè questa spiegazione?

Perchè la questione è, ahimè, direttamente legata alle vicende del cacao. Molti dei campi recuperati dalle (ex) coltivazioni di coca vengono destinati alla coltura di altri prodotti agricoli, e tra questi il cacao sta assumendo un ruolo sempre più importante. La produzione della cocaina a partire dalle foglie di coca richiede però l’uso di sostanze chimiche molto aggressive ed inquinanti che i trafficanti, senza troppi scrupoli… Di conseguenza, purtroppo ancora oggi molti campi sono inutilizzabili, e si sta lavorando per tentare il loro recupero.

Il cacao può salvare la Colombia

Resta il fatto che il cacao è una delle colture che maggiormente si sta sviluppando ora in Colombia e su cui il Ministero dell’Agricoltura sta puntando per il rilancio delle esportazioni. Visitando le piantagioni di cacao mi è capitato infatti di imbattermi in piante di coca dalle quali a volte i coltivatori staccavano un paio di foglie per masticarle, assicurandomi che la foglia di per se’ non ha effetti allucinogeni ma solo leggermente corroboranti…

La Colombia è uno dei pochi paesi produttori di cacao in cui una significativa percentuale del cacao prodotto rimane nel paese e viene utilizzata per la produzione di cioccolato; il consumo pro-capite di cioccolato è infatti inaspettatamente alto in rapporto agli altri paesi della fascia tropicale. Sarà forse perché Bogotà, con i suoi 2600 m di quota e la sua immensa popolazione, è una città dal clima fresco e piacevole, favorendo così un maggiore consumo del nostro cibo preferito.

Addentriamoci nelle coltivazioni…

Ho avuto modo di visitare molte coltivazioni, situate in due regioni distinte: la prima è il dipartimento del Meta, a circa 200 km a sud i Bogotà, la seconda è la Magdalena, ai piedi della Sierra Nevada.
Al mio arrivo a Bogotà ho incontrato il nostro connazionale Manlio Larotonda che vive nella capitale ormai da oltre 4 anni dove si occupa proprio di cacao ed ha molte relazioni dirette con coltivatori ed organizzazioni del settore; ha un piccolo laboratorio con qualche macchinario utile a trasformare le fave di cacao per fare prove di vario tipo, ed un altro laboratorio più completo per una piccola produzione di cioccolato.
In quei giorni a Bogotà c’era anche una fiera dell’artigianato dove era facile rendersi conto che in questo paese chi la fa da padrone è il caffè, ma anche che il cacao si sta ritagliando una fetta di interesse notevole ed in continua espansione.
Manlio mi ha organizzato un intenso “tour del cacao” nel dipartimento del Meta, dove ho potuto vedere diverse realtà e diversi cacao. La prima cosa che mi ha colpito è la grande varietà di tipologie di cacao presenti: SS1, SS60, CCN51 (immancabile!), Vicente 41, Vicente 155, IMC 67, ICS 95, TSH, Araquita 5, Luker 40, Tame 2, Saravena 30, FSV 153, Seleccion Colombia…. Non saranno un po’ troppi?!?

Quanto è importante riconoscere il cacao

I coltivatori qui sono a conoscenza delle diverse varietà che hanno nei campi, e questo è già qualcosa dato che molto spesso i contadini non sanno neanche che tipo di cacao stanno coltivando. Il problema è che le parcelle di cacao ospitano queste diverse piante in modo promiscuo e senza un criterio, in altre parole le diverse varietà sono coltivate una accanto all’altra, tutte insieme.
Questo per loro non rappresenta un problema perché comunque dopo il raccolto tutti i diversi cacao vengono mescolati tra loro e la tipicità delle singole qualità viene persa. Un vero peccato!

Il cacao che più mi ha colpito è il Vicente 155: fave perfettamente bianche! In altre parole un Criollo puro, una vera rarità.

Ad oggi ho visitato coltivazioni in una dozzina di differenti paesi produttori e gli unici in cui ho incontrato fave bianche sono il Venezuela e, appunto, la Colombia. Ad un amante del cacao piange il cuore nel vedere così “maltrattato” un cacao di tale qualità, le cui potenzialità si perdono in una poco nobile mescola. Vedremo, magari con le nostre forze congiunte potremo cercare di fare qualcosa per valorizzare questi cacao ed il lavoro dei coltivatori. Ma oltre al purissimo Vicente 155 in quella zona sono presenti anche altri cacao di buona qualità, tra i quali diversi Trinitario.

Il prezzo: monopolio delle multinazionali

Chi compra il loro cacao? Si tratta quasi esclusivamente di grandi gruppi o multinazionali, in questo caso principalmente Luker, il gruppo messicano Nutreça e la Compañía Nacional de Chocolates y de Cacaos de Colombia. Questi non sono interessati ai monovarietà, la cui produzione risulterebbe anche più costosa; il loro principale interesse è che il cacao sia abbondante e costi poco. Il prezzo pagato ai coltivatori è attualmente di 1.30€ per chilo di cacao secco, poca roba. Il vincolo che limita la qualità del cacao prodotto è quindi più commerciale che altro; molti dei coltivatori mi hanno detto che sarebbero disponibili anche a coltivare le diverse varietà in modo differenziato, anche se questo richiederebbe un maggiore lavoro, se poi ci fosse un acquirente disposto a pagare qualcosa in più per questi specifici cacao.

Il viaggio continua (nella seconda parte!)…